Vita religiosa di una comunità di montagna
Sostila è un piccolo nucleo situato a circa 800 metri di quota sul versante orobico della bassa Valtellina, all’interno della Val Fabiolo, valle laterale che collega il fondovalle alla Val Tartano. Per secoli la vita della comunità si sviluppò attorno alla chiesa della Madonna della Neve e alla casa della cappellania, che costituivano non soltanto il centro della pratica religiosa, ma anche un importante punto di riferimento per l’istruzione, la socialità e l'organizzazione della vita collettiva del borgo.
La documentazione conservata negli archivi ecclesiastici e comunali consente oggi di ricostruire le vicende della cappellania di Sostila, dalle prime testimonianze documentarie della fine del Cinquecento alla fondazione del beneficio nel Settecento, fino alle trasformazioni che ne interessarono l'amministrazione tra Ottocento e Novecento. Attraverso atti vescovili, visite pastorali, corrispondenze e testimonianze locali emerge il ruolo svolto dai sacerdoti che operarono nella frazione e il contributo che essi offrirono alla crescita religiosa, culturale e sociale della comunità.
Le origini della cappellania di Sostila
Le origini della comunità religiosa si perdono nel tempo. Una delle testimonianze più antiche ancora visibili è l’iscrizione incisa sull’architrave dell’antica porta d’ingresso della chiesa, oggi murata, che reca la data 1554, anche se la configurazione architettonica del portale e la lavorazione degli elementi lapidei lasciano intendere un’origine ancor più remota8.
La più antica testimonianza documentaria oggi nota relativa alla cappella della Madonna della Neve risale al 16 dicembre 15903. In quella data, nella casa della chiesa di Sant'Agostino di Campo, il sacerdote Aurelio Insolano, curato della comunità e delegato del vescovo di Como Feliciano Ninguarda, redasse un atto destinato a comporre una controversia sorta tra gli uomini di Campo e quelli di Sostila attorno al maneggio et governo della capella di Santa Maria della Neve posta nel detto luoco di Sostilla. La vicenda portò alla formulazione di alcuni capitoli destinati a regolare l'amministrazione della cappella e dei relativi redditi. Il documento dimostra non solo l’intitolazione dell'edificio almeno alla fine del Cinquecento, ma anche la presenza di una struttura amministrativa già organizzata, dotata di offerte e rendite proprie. La necessità dell'intervento dell'autorità vescovile per disciplinarne la gestione testimonia inoltre l'importanza che la cappella aveva ormai assunto nella vita della comunità di Sostila e nei rapporti con Campo, dalla quale era del tutto soto posta alla detta Cura.
Otto anni più tardi, il 22 dicembre 15983, un nuovo documento testimonia il consolidamento della comunità religiosa a Sostila. Con esso il vescovo di Como Filippo Archinti concede la possibilità di celebrare regolarmente nella Ecclesia seu Capella dedicata alla Beata Vergine di Sostila, purché l'edificio possieda i requisiti richiesti dalle visite apostoliche. A seguito dell’accertamento dei requisiti da parte di un delegato vescovile, la chiesa è dunque ritenuta funzionabile, adatta quindi all’esercizio del culto. Particolarmente significativa è la definizione stessa della chiesa come Ecclesia seu Capella, formula che chiarisce come Sostila non costituisse una parrocchia autonoma, ma una cappella riconosciuta e autorizzata alla celebrazione della Messa.
Nel Seicento gli abitanti della frazione facevano ancora riferimento alla vicecura di Campo per l’amministrazione dei sacramenti principali, come dimostrano i registri battesimali nei quali compaiono anche bambini provenienti da Sostila6. Lo stesso documento del 1598 sopra citato definisce inoltre Sostila come loci Sostillae Comunis Campi. Pur non indicando un comune nel significato amministrativo moderno — Campo faceva parte della comunità di Talamona — la formula testimonia l’originario legame territoriale e religioso esistente tra Sostila e l’area di Campo alla fine del Cinquecento. Campo, tuttavia, non era ancora una parrocchia autonoma, ma una vicecura dipendente da Talamona, che avrebbe ottenuto l’autonomia parrocchiale soltanto nel 1886.
Una cappellania servita da sacerdoti incaricati dalla popolazione
Per comprendere la storia religiosa di Sostila è necessario distinguere tra la moderna idea di parrocchia e le differenti forme di organizzazione del servizio religioso esistenti in passato. La chiesa di Sostila non fu mai una parrocchia autonoma, ma un beneficio ecclesiastico istituito in favore di sacerdoti incaricati di garantire le principali funzioni religiose alla popolazione locale.
Il beneficio della chiesa di Sostila venne formalmente fondato il 3 marzo 1718. La sua esistenza è attestata anche dagli atti della visita pastorale del 17542, nei quali si legge che presso la chiesa v’è benefizio eretto in forma di capellania. Il documento specifica che il beneficio era stato costituito attraverso capitali provenienti in parte dalla chiesa stessa, in parte dalla famiglia Parravicini di Morbegno e in parte dagli abitanti del Colondello di Sostila, ai quali spettavano gli obblighi connessi al mantenimento della Messa festiva e di altri adempimenti religiosi. Alla famiglia Parravicini spettava inoltre lo ius eligendi, ovvero il diritto di designare il sacerdote incaricato della cappellania.
L'analisi degli atti notarili correlati ai beni costituenti la massa del beneficio5, rivela come la Chiesa di Sostila non costituisse soltanto un punto di riferimento spirituale, ma un vero e proprio "polmone finanziario" per l'intera comunità della valle. Attraverso i legati, i lasciti testamentari e le donazioni, la parrocchia riusciva ad accumulare piccoli capitali in contanti. Invece di lasciarli infruttiferi, la fabbriceria li prestava ai residenti della zona (appartenenti a storiche famiglie locali come i Tocalli o i Barlascini) a un tasso agevolato che oscillava generalmente tra il 2,5% e il 5%.
A garanzia di questi prestiti, i debitori offrivano in ipoteca speciale i loro terreni. Questo collaudato sistema di credito locale garantiva un duplice beneficio sociale ed economico: da un lato offriva ai contadini la liquidità necessaria ad affrontare annate difficili o spese improvvise senza il rischio di cadere nell'usura; dall'altro assicurava alla Chiesa una rendita fissa e sicura (il cosiddetto "fitto" o interesse annuo), indispensabile per il sostentamento materiale del cappellano e per le continue spese di manutenzione della chiesa.
Evoluzione del beneficio e il succedersi dei sacerdoti
È all'inizio del XVIII secolo che il riferimento ecclesiastico della comunità di Sostila sembra spostarsi dalla vicecura di Campo alla parrocchia di San Gregorio di Forcola. Lo testimoniano gli atti preparatori alla fondazione del beneficio, nei quali già nel 1716 compare come notaio apostolico e rappresentante della fabbrica di Sostila, il parroco di Sirta5.
Nel 1773 il viceparroco di San Gregorio, Armanni Flaviano Antonio, richiede ed ottiene dal Vescovo, dal Parroco di San Gregorio e dal Sacerdote di Campo il permesso di confessare in tutte le tre comunità firmandosi come cappellano di Sostila1. Un documento del 1779 testimonia l'accettazione del beneficio da parte di don Michele Bottoni, vice parroco di San Gregorio1. Gli abitanti di Sostila si impegnavano a contribuire economicamente al mantenimento del sacerdote affinché questi celebrasse la Messa, insegnasse la dottrina cristiana, spiegasse il Vangelo, confessasse i fedeli e tenesse una scuola per i ragazzi del borgo. Le lezioni si svolgevano nelle ore serali, così da non sottrarre tempo ai lavori agricoli che richiedevano la presenza di tutta la forza lavoro disponibile durante le ore di luce10. Nel 1784 gli abitanti di Sostila si rivolsero nuovamente a lui per trasmettere al Vescovo una richiesta di annullamento del contributo volontario di 100 lire previsto per il cappellano, temendo che in futuro potesse essere percepito anche da sacerdoti non così disposti a garantire i servizi dovuti alla comunità. Questo passaggio testimonia l’interesse della comunità nel far sì che le rendite della cappellania fossero sempre accompagnate dall'effettivo svolgimento degli obblighi previsti dalla fondazione.
Nel corso dell’Ottocento il beneficio di Sostila fu interessato dai processi di riorganizzazione delle istituzioni ecclesiastiche promossi dall’autorità civile e religiosa. Nel 1860 ne venne proposta l’aggregazione al beneficio parrocchiale di Sirta nell’ambito di un progetto volto a concentrare i piccoli benefici ecclesiastici, ma l’iniziativa incontrò l’opposizione degli eredi Parravicini, ancora titolari dei diritti patronali derivanti dalla fondazione settecentesca. Dieci anni più tardi, nel contesto delle leggi eversive dell’asse ecclesiastico, il beneficio fu nuovamente oggetto di una procedura di soppressione e di una conseguente azione di rivendica da parte dei discendenti dei fondatori. La procedura si arrestò infatti in seguito alla dichiarazione di rivendicazione presentata dagli eredi Parravicini, che contestavano l’incameramento del beneficio da parte dello Stato5.
Ulteriori testimonianze della vitalità religiosa della comunità nel corso dell'Ottocento sono conservate nella sagrestia della chiesa della Madonna della Neve. Un grande pannello ricorda la concessione di un'indulgenza plenaria ottenuta nel 1837 per i fedeli che, debitamente confessati e comunicati, avessero visitato la chiesa il 5 agosto, festa della Madonna della Neve, pregando secondo le intenzioni del Sommo Pontefice. Nello stesso documento è inoltre ricordato il privilegio perpetuo applicato alle Messe celebrate nella chiesa a suffragio delle anime del Purgatorio. Accanto ad esso si conserva un quadro contenente l'elenco di alcuni legati pii istituiti a favore della chiesa, con l'indicazione dei fondatori, dei beni lasciati e degli obblighi liturgici ad essi collegati.
Nel 1911-1912 risulta presente nella frazione don Carlo Sartoris, che prima fu a Campedello di Chiavenna; il sacerdote perderà la madre a Sostila come ricordato da una lapide nel cimitero della frazione. Nell’aprile del 1913 è già attestata una corrispondenza tra il vescovo di Como Alfonso Archi e don Giovanni Battista Rota Negroni5, dalla quale emerge il suo coinvolgimento diretto nella cura della comunità. Nell'aprile del 1915 i capifamiglia di Sostila si rivolgono all'autorità ecclesiastica per ottenere la stabile presenza di un sacerdote, sottolineando l'isolamento del villaggio, le difficoltà dei collegamenti e la necessità di garantire assistenza spirituale, istruzione religiosa e conforto nelle malattie. Qualche mese più tardi, Rota Negroni sottoscrive un accordo con i rappresentanti la Fabbriceria di Sostila e a nome del popolo, nel quale vengono definiti reciprocamente obblighi e diritti legati al suo servizio pastorale. Un’ulteriore nota della Curia vescovile, datata 1919 e relativa alla trasmissione del reddito della Cappellania laicale della Chiesa della Beata Vergine in Sostilla, documenta inoltre il passaggio della gestione del beneficio all’autorità diocesana, in conformità alle disposizioni introdotte dal Codice di diritto canonico del 1917. Dal documento risulta una rendita annua di 180 lire a fronte dell’onere di sole due messe5.
La documentazione conservata per i primi decenni del Novecento restituisce la figura di don Giovanni Battista Rota Negroni come protagonista di una fase di particolare dinamismo religioso e organizzativo della comunità di Sostila. Negli anni della sua permanenza Negroni promosse diverse iniziative che contribuirono a rafforzare l'autonomia religiosa della comunità: nel 1916 ottenne dalla Curia di Como l'autorizzazione all'erezione del fonte battesimale nella chiesa della Madonna della Neve, consentendo così l'amministrazione dei battesimi direttamente a Sostila; nello stesso anno organizzò esercizi spirituali per la popolazione, ottenendo anche particolari indulgenze e una benedizione apostolica trasmessa dal cardinale segretario di stato vaticano, Pietro Gasparri. Nel 1920 provvide inoltre all'iscrizione di diciotto famiglie, per complessivi 120 abitanti (quasi la totalità della frazione) all'Arciconfraternita della Buona Morte di Roma, segno di una comunità ancora numerosa, coesa e profondamente coinvolta nella vita religiosa. Una testimonianza della sua presenza stabile nel borgo è offerta anche da un documento del 1917, nel quale il sacerdote, qualificandosi come titolare della casa della cappellania, lamentava i disagi causati dallo svolgimento della scuola alle cinque del mattino nel locale sottostante la propria abitazione e chiedeva per questo motivo un aumento del compenso corrisposto per l'utilizzo dei locali di proprietà della chiesa5.
Curiosa è invece la considerazione che una parte della popolazione conservò di don Giovanni Battista Rota Negroni. Nel Dizionario Etimologico dei Dialetti della Val Tartano11 è riportato il commento di un abitante di Sostila: ul nòs prividii l'ha propri butéep: el dìis la sò misina, el biif ul sò cafiriìi e pò el va in gier per ul paìs a ciaculà. Un giudizio ironico che restituisce l'immagine di un sacerdote percepito come poco incline alle occupazioni pastorali, sebbene la documentazione conservata per gli stessi anni evidenzi al contrario una notevole vivacità di iniziative religiose e organizzative promosse proprio da don Rota Negroni. Una tradizione locale sostiene che don Giovanni Battista Rota Negroni fosse stato destinato a Sostila come conseguenza di presunte posizioni moderniste. La documentazione finora reperita non consente tuttavia di confermare questa ipotesi. Al contrario, le fonti restituiscono l'immagine di un sacerdote culturalmente vivace e inserito nelle reti ecclesiastiche del suo tempo, capace di mantenere rapporti con la Curia di Como e con importanti personalità del mondo cattolico. In questa direzione sembra andare anche il rinvenimento, nella casa della cappellania da lui abitata, di alcuni numeri del periodico cattolico bolognese Il Mulo del 1915, utilizzati come rivestimento di una controparete della scala interna. Pur trattandosi di un elemento indiziario, esso testimonia la presenza a Sostila di pubblicazioni legate al dibattito religioso e politico nazionale e contribuisce a delineare il profilo di un sacerdote attento a realtà che andavano ben oltre i confini della piccola comunità montana nella quale operava. Il suo Liber Baptizatorum si interrompe nel 1920; dal 1923 è ricoverato nella Casa ecclesiastica di Valduce in Como, dove morirà nel 1932.
Parentesi particolarmente felice per la vita religiosa di Sostila nel Novecento fu anche la presenza, tra il 1946 e il 1960, di don Achille Ivaldi9, canonico della Basilica di San Celso di Milano. Giunto per la prima volta nel borgo quasi per caso, dopo la segnalazione del parroco di Campo, sviluppò ben presto un profondo legame con la comunità e con la chiesa della Madonna della Neve, scegliendo di trascorrervi regolarmente i mesi estivi. Dai suoi diari emerge l’affetto sincero per questo piccolo villaggio alpino, che definiva un tranquillo paesello lontano dal mondo, e per i suoi abitanti, dei quali apprezzava la fede e la semplicità.
Durante i suoi soggiorni contribuì ad animare la vita religiosa della frazione, curando con particolare attenzione le celebrazioni della festa patronale del 5 agosto, promuovendo processioni, momenti di preghiera e iniziative devozionali. Nel 1953 celebrò a Sostila la Messa di diamante per il sessantesimo anniversario di sacerdozio, mentre negli anni successivi si adoperò per il decoro della chiesa e per l’arricchimento degli arredi sacri, acquistando a proprie spese paramenti, suppellettili e oggetti destinati al culto.
Le cronache ricordano anche la sua straordinaria generosità verso gli abitanti del borgo. Don Ivaldi aiutava le famiglie più bisognose, distribuiva immagini sacre, medaglie e piccoli doni ai bambini, e non mancava di offrire aiuto materiale a chi ne avesse necessità. La popolazione ricambiava con affetto e riconoscenza, accogliendolo ogni estate come una presenza familiare. Alla sua morte, avvenuta nel 1960, il Parroco di Sirta ne ricordò la bontà sacerdotale, la generosità del suo cuore e la sua angelica semplicità, sottolineando come il suo ricordo fosse rimasto profondamente vivo nella memoria della comunità di Sostila.
Con la scomparsa di don Achille Ivaldi si chiude idealmente una lunga stagione della vita religiosa di Sostila, documentata attraverso visite pastorali, atti di cappellania, corrispondenze e testimonianze locali. Tuttavia il quadro ricostruito rimane necessariamente parziale. Nuovi documenti potrebbero in futuro consentire di approfondire aspetti ancora poco noti delle vicende della chiesa e dei sacerdoti che vi prestarono servizio. Le fonti oggi disponibili permettono comunque di restituire l'immagine di una comunità che, pur nelle difficoltà imposte dall'isolamento geografico, seppe mantenere per secoli una propria vivace vita religiosa, affidandola all'impegno condiviso degli abitanti e dei sacerdoti che ne accompagnarono la storia.
Fonti archivistiche
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Archivio Storico della Diocesi di Como, tit. III Istituzioni canoniche, c.7, c.14, fasc.41.
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Archivio Storico della Diocesi di Como, Curia Vescovile, Visite pastorali, c.CXLII fasc.2, c.CC fasc.1, c.CLXXXIV fasc.11.
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Archivio Storico del Comune di Talamona, sezione di Antico Regime, b.7 fasc.18.
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Archivio Storico del Comune di Forcola, b.18 f.32, b.18 f.40, b.56 f.16, b.69 f.2.
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Archivio della Parrocchia di Sirta, Documenti Fabbriceria di Sostila, Res Ecclesiae Paroecialis et Sostillae, Varia.
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Archivio della Parrocchia di Sant’Agostino di Campo Tartano, registro dei battezzati.
Fonti edite
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Natale Perego, Sostila e la Val Fabiòlo, Bellavite, Missaglia, 2002.
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Benetti D., Dimore rurali medievali del versante orobico valtellinese, Sondrio, Cooperativa Editoriale Quaderni Valtellinesi, 2009.
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Libera L., A Sostila nel ricordo di don Ivaldi, in Comunità, n. 4, Mitta, Sondrio, 2001.
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Libera L., La scuola di Sostila, storia di una scuola che non c’è più, Tip. Ignizio, Sondrio, 2015.
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Bianchini G., Bracchi R., Dizionario etimologico dei dialetti della Val Tartano (DVT), Sondrio, IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca), 2003.
Franco Mottalini