
Riceviamo e pubblichiamo l'articolo scaturito dall'escursione in Val Fabiòlo dell'U.O.E.I. (Unione Operaia Escursionisti Italiani) - Sezione di Bergamo

Ogni qualvolta m’accingo a scrivere di una escursione UOEI provo l’imbarazzo “dell’uomo di pianura” che, al cospetto della montagna e dei suoi variegati aspetti, sente poi vacillare capacità e conoscenze atte a poterne descrivere ad altri, aspetti e significati. Come spesso mi accade, lascio perciò che sia il libero sfogo di sensazioni e sentimenti ad indicare la strada a pensieri e parole.
È così che, in compagnia di tre amiche uoeine, salito per un sopralluogo in Val Fabiolo rimasi meravigliato e soggiogato dal fascino che, una valle tanto angusta, irta, poco conosciuta e dall’aspetto atavicamente selvaggio seppur contrassegnato dalla presenza umana, fin dai primi passi esercitò su di me. Un’attrazione che subito mi fece pensare che sarebbe davvero stata una buona proposta per un’escursione della nostra associazione.
Questa recondita valle è una tributaria orobica della ben più nota Valtellina, che dal paese di Sirta collega il fondovalle fino alla valle di Tartano: classica “valle sospesa” o di quota delle Orobie. Ambito montano che, sino alla fine degli anni ’50, non avendo strada carrozzabile che la collegasse ai paesi solcati dall’Adda, poteva essere raggiunta dalla ben meno comoda, seppure affascinante, mulattiera della Val Fabiolo.
Descrivere per parte mia questo antico solco intagliato sul versante nord dei ripidi pendii che scendono da Campo Tartano, per chi legge potrebbe essere interessante, ma in modo senz’altro più esauriente e soddisfacente sanno fare articoli e documentazioni facilmente rintracciabili in rete o su altre fonti. Mi soffermerò perciò solo un attimo sui maggenghi di Bures, a 650 m. di quota, ove alcune baite offrivano riparo ai mandriani che sugli slarghi prativi del luogo, alla destra orografica del torrente Fabiolo, lasciavano riposare e pascolare per qualche giorno le mandrie che avrebbero poi passato l’estate negli alpeggi in quota. Bures, tuttavia, rappresenta solo l’anticamera di un piccolo “mondo antico” che, circa 200 metri più a monte, deviando sul sentiero a destra della valle, si manifesta con tutto il suo fascino ed immutato splendore, dal sapore di favola, nello storico villaggio di Sostila. Ma se non vi parlo neppure di Sostila, che cito come fosse una piccola perla, di cos’altro dovrei parlare? Dovrei soffermarmi forse sulla sua chiesa dedicata alla Madonna della Neve o sulla casa del libro, la piccola biblioteca con la porta sempre aperta, oppure raccontarvi della piccola scuola chiusa nel 1958, con gli antichi banchi in legno? Tutto questo mi ha fortemente intrigato, ma ciò che più mi ha fatto pensare e fantasticare è stato l’immaginare gli uomini e le donne che in questo remoto angolo di mondo han costruito vite, famiglie, comunità, economie… Vissuto amori, passioni, gioie, fatiche, sofferenze, sogni… Tutto ciò in un ambiente austero, selvaggio, agro. Un micromondo autarchico in cui ogni frutto, ogni dono della natura andava coltivato, curato, mantenuto e gestito con caparbietà, conoscenza ed un livello d’integrazione fra esseri umani ed ambiente che neppure un naturalista plurilaureato forse oggi saprebbe realizzare. Un mondo appartato, non certo facile da vivere, seppure oggi appaia quasi fantastico con le sue storie che narrano di streghe e folletti…

Non voglio e non desidero scadere nella retorica, ma pensavo ad alcuni degli aspetti di questo vecchio borgo guardando ed ascoltando Franco, il giovane maestro di Sirta che, per passione della storia, per amore della propria terra, per attaccamento alle proprie radici (se sai da dove vieni, più facilmente sai dove andare) nell’ultima domenica del mese di ottobre ha accompagnato il nostro gruppo lungo questa piccola valle, alla sua conoscenza ed al nostro invaghirci del luogo. Che dire poi di Fausto, che dopo una vita di lavoro da radiologo, ha ritenuto che vivere in romitaggio a Sostila desse ulteriore valore e tributo al proprio vivere. Ed ancora, che aggiungere su Giorgio, già conosciuto in precedenti escursioni in Val Tartano, che con la moglie ci ha ospitati nell’albergo di famiglia a Campo Tartano e che mi ha consegnato le chiavi di accesso per contattare Franco. Giorgio che, stupendomi, mi ha parlato di Fausto come di un piacevole vicino, seppure a più di un’ora di cammino da casa sua, sul versante opposto del monte alle spalle di Campo. Esempi di uomini moderni con vite pienamente vissute in scelte consolidate, ma che mantengono uno stretto contatto con il loro passato, con coloro che li han preceduti fra questi monti, valli, forre e boschi. Memori e memorie di un tempo andato che permette loro di vivere il presente con la piena consapevolezza di essere figli dei nostri giorni, ma pure eredi e custodi di un tempo che fu, che molto ha insegnato ed ancora insegna, avendo lasciato letteralmente “un segno” nel loro dna, nelle loro vite, nel loro sapere, nell’essere ciò che sono. È a queste persone che, veramente senza retorica, dopo la bella giornata trascorsa tra Val Fabiolo e Valle Tartano mi sento di dire grazie, certo di rappresentare anche il pensiero di tutto il gruppo uoeino in escursione.
28.10.2026
Claudio Angioletti - U.O.E.I. (Unione Operaia Escursionisti Italiani) - Sezione di Bergamo
