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L'immagine che vedete riprodotta è pervenuta alla mia attenzione quando, mesi fa, durante la preparazione del "Calendario Caurga 2010", ero alla ricerca di vecchie fotografie che riproducessero scorci delle contrade del nostro Comune.

Al di là della stampa in sé, molto interessante in quanto riproduce una zona della frazione Sirta che nel tempo ha subito numerosi ed importanti cambiamenti, ciò che ha colpito subito la mia attenzione è stata quell'area, più chiara rispetto al bosco circostante, che è facilmente individuabile appena dietro la cupola della chiesa. Mai avrei pensato, in quel momento, che, dalla soddisfazione di una mia semplice curiosità, sarebbe scaturita una vicenda tanto articolata

Ma procediamo per gradi: spinto dalla curiosità ho cercato di indagare quale fosse l'origine di quella che sembrava un vera e propria frana, di non indifferenti dimensioni, della quale, nella memoria popolare, doveva sicuramente esserne rimasta traccia. La mia ipotesi sullo smottamento di importanti dimensioni fu subito confermata da alcune interviste che hanno inoltre aggiunto "saporiti" dettagli a quella che stava diventando una storia interessante.

Sono così venuto a conoscenza che la causa della frana era dovuta principalmente al fatto che la zona interessata, negli anni precedenti lo smottamento, era stata utilizzata come cava dei "penèi": il continuo utilizzo della zona come cava, dunque, doveva essere stata la causa dello smottamento. Inizialmente stupito, ho chiesto ai miei intervistati quali fossero la natura e l'utilizzo di questi "penèi", ed ho così scoperto che, questi enormi blocchi di pietra a forma di parallelepipedo venivano cavati appunto dalla zona che nella foto era interessata dalla frana. Da qui, caricati su carri attraverso rudimentali gru, dette in dialetto "pescant", i blocchi di pietra, percorrendo il paese come in una funebre processione, giungevano al luogo del loro "utile" oltre che ultimo riposo: le sponde del fiume Adda. Qui, purtroppo, le descrizioni sull'effettiva utilità di queste pietre mi riuscivano poco comprensibili, visto anche il fatto che nemmeno alle mie fonti era ben chiara la motivazione di tale impresa operata dai Sirtesi.

Tutti i miei dubbi sono stati fugati poco tempo dopo, proprio durante la presentazione del calendario, in occasione della tradizionale castagnata di quest'anno, dove, esponendo ai presenti le mie curiosità legate a quest'interessante storia, ho potuto raccogliere un altro prezioso contributo, che ha aiutato a sistemare i pezzi di questo intricato puzzle.

La preziosa testimonianza di Gino Libera, supportata da qualche nozione di ingegneria idraulica,

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mi ha dunque aiutato a definire con precisione vita, morte e miracoli degli ormai famigerati "penèi". Questi blocchi di pietra, trasportati fino alle sponde del fiume Adda e calati nell'acqua in senso quasi perpendicolare alla corrente, avevano principalmente due funzioni: in primo luogoimpedivano, rompendo la corrente del fiume, l'erosione da parte dello stesso delle sponde e degli argini, che a quel tempo non erano ancora attrezzati con le attuali regimentazioni e, secondariamente, variando di poco l'inclinazione dei massi rispetto al flusso, si riuscivano a creare dei vortici che, grazie alla corrente, facevano depositare proprio a ridosso del “penèl” sabbia e materiali utili all'edilizia.

Questa curiosa vicenda testimonia ancora una volta il forte legame che i nostri predecessori mantenevano con il loro territorio e come l'intelligenza popolare ha saputo sfruttare, ma anche tutelare per secoli, le ricchezze delle nostre montagne e dei nostri fiumi, educando le nuove generazioni al rispetto per la natura e per i doni che ogni giorno ci vengono offerti da essa... ma a questo punto sorge una domanda... Questa responsabilità che abbiamo ereditato dai nostri avi, in che modo la stiamo portando avanti?

FM

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