Articolo di A. Sala, tratto da Orobie, n.124, gennaio 2001 che dipinge in modo chiaro le bellezze presenti in val Fabiòlo.

 

L’eremo della val Fabiolo

Oggi è completamente abbandonata e solo qualche vecchio abitante vi torna ancora nella bella stagione. 
Le pietre e i segni di una lunga esistenza, ma il montanaro è sceso a valle

Testo di Angelo Sala – Fotografie di Alberto Nardi

 

Un singolare viaggio nelle vallate del versante orobico valtellinese: questo offre la val Fabiolo, spostandosi da Sirta, in riva all’Adda, a Campo: i piccoli nuclei arrampicati a mezza costa, la sapiente disposizione delle abitazioni lungo le vie di transito, gli esempi di architetture spontanee, le baite lungo i pendii, gli spazi dell’umile lavoro quotidiano, i lembi di una natura intatta. Tutto corre davanti ai nostri occhi, privo però, salvo la breve parentesi estiva, della sua componente fondamentale: il montanaro. Se le pietre hanno conservato i segni di una esistenza vissuta, gli uomini hanno preso un’altra strada, quella del fondovalle.

pratiQuelli che non hanno voluto o potuto recidere il cordone ombelicale che li lega alla terra natale, si sono fermati a Sirta. Da lì, in un paio d’ore di cammino, si guadagnano le borgate delle valle, Sostìla e Arèt in particolare. Quanto basta per tenere sfalciato qualche prato, per coltivare ancora un po’ di patate, per recuperare un po’ di legna per il caminetto. A Sostìla si riaprono solo pochi locali nella stagione estiva, non ci sono neanche seconde case. È stato così anche nell’ultima estate, con la presenza di Luigi Tocalli e di Tino Menghi, ai quali si aggiunge, periodicamente, Marco Bianchini.

Il primo parte dalla Sirta ai primi di maggio, con quattro vacche; si ferma un paio di mesi sul maggengo di Bures e i tre successivi a Sostìla per poi ridiscendere, ad ottobre, nuovamente a Bures da dove torna a Sirta; il secondo è il nipote di quell’Emilio Menghi che, con Giuseppe Comperti, furono gli ultimi abitanti permanenti della Val Fabiolo. Il terzo è il fratello di Maurizio Bianchini, che fu l’ultimo residente stabile di Bures. Il Comperti morì a Sostìla e fu l’ultimo sepolto nel piccolo cimitero, oggi in preoccupante stato di abbandono. L’altro, per motivi di salute, dovette riparare in casa di riposo a Morbegno. Sono Luigi e Tino, in Sostila a indicare le vicende della contrada: il forno a legna per il pane, il locale che servì come scuola a generazioni di bambini e ragazzini, il sagrato della chiesa che, dicono, è l’unico spazio in piano di tutta la val Fabiolo, ma è così piccolo che non potrebbe atterrarci nemmeno un elicottero.

Tutto è giunto a noi, come lo vediamo oggi, attraverso secoli di lente e graduali trasformazioni: da primordiali dimore temporanee e stagionali di nomadi cacciatori, pastori e boscaioli, agli insediamenti stabili di colonizzatori-pionieri quali agricoltori, boscaioli e carbonai. Il bosco e il pascolo, l’acqua e la pietra, sono state le risorse che, razionalmente sfruttate, con l’antica sapienza del montanaro, imposero il nascere dei piccoli abitati, spesso isolati, taluni dei quali ci appaiono oggi a dir poco impossibili, ma proprio per questo densi di una storia significativa di vita dura. Nella loro struttura architettonica e tipologia urbanistica, questi insediamenti seguirono sempre le formule della utilità e della funzionalità legati all’ambiente.

L’isolamento e il conseguente "stato di necessità", ha caratterizzato la laboriosità del valligiano: architetto, costruttore, artigiano, pastore e contadino. Unico artefice dei suoi successi e delle sue sconfitte, ci ha lasciato questa preziosa eredità, la cui scoperta e il cui godimento non presentano difficoltà oltre alla lunghezza del percorso.

crapSostìla, il centro principale della val Fabiolo, presenta le caratteristiche di un insediamento di valle accentrato. A parte le piccole frazioni di Lavisolo, Müta e Arèt, è l’unico villaggio. Pressoché invisibile dal piano dell’Adda, aveva, fino al 1930, un centinaio di abitanti, la scuola e la parrocchia fino al 1958. L’abbandono della residenza permanente, l’isolamento, notevole, in rapporto a realtà vicine come la valle di Tartano, accentuato dalla mancanza di una rotabile, hanno salvato l’urbanistica originaria del paese; nulla è mutato, se non la ricostruzione della chiesa, avvenuta tra il 1912 e il 1913. Sulle caratteristiche dell’insediamento, si sofferma con apposita ampia scheda, il volume di Aurelio Benetti e Dario Benetti "Dimore rurali di Valtellina e Valchiavenna", dove leggiamo: "Sostìla sfrutta il pendio abbastanza ripido con diverse schiere sovrapposte di edifici lungo le linee di livello del terreno; le falde dei tetti hanno la medesima pendenza e, praticamente, la stessa linea di colmo per ogni schiera.

La pendenza accentuata fa sì che il fronte nord di ogni schiera sia in posizione sufficientemente soliva. In questo caso la posizione e le condizioni ambientali sono state determinanti nella formazione del paese e gli spazi interni coperti o scoperti (tutti accuratamente acciottolati) devono adattarsi di conseguenza a questa scelta primaria con numerose scale di collegamento tra i diversi piani". Risorse fondamentali erano le castagne - gli spazi per l’essicazione sono ricavati per lo più all’interno del locale del focolare - e l’allevamento: gli alpeggi sono in val Corta e in val Lunga in Comune di Tartano. Si ritrovano comunque, nella tradizione orale, accenni ad altre risorse minori come ad esempio le pere e le ciliegie che le donne vendevano a Campo. Questo accadde fino agli anni Cinquanta, prima che venisse realizzata la strada carrozzabile che da Talamona sale a Tartano. Fino ad allora, gli abitanti di Tartano trovavano più comoda la discesa e la risalita per la Val Fabiolo. Questo spiega perché la mulattiera che percorre la Val Fabiolo, che parte appena a monte della chiesa di Sirta, sia ancora oggi una significativa frequentata.

sostilaAnche questo tracciato ha una lunga storia: lo testimoniano le non poche cappellette edificate a lato del percorso. I due "eremiti" estivi di Sostìla, ricordano come, fino alla fine degli anni Cinquanta, questo frequentatissimo percorso fosse tenuto in perfetta efficienza anche durante i mesi invernali, cosa non certo facile a causa della neve alta. Eppure oggi, fatta eccezione per i discendenti degli antichi originari e per una manciata di appassionati, anche tra i valtellinesi pochi sanno indicare al primo colpo dov’è la Val Fabiolo; meno ancora sanno collocare i nuclei di Bures e di Sostìla. Eppure in Val Fabiolo, mimetizzate tra le montagne delle Orobie, ci sono architetture medioevali tra le meglio conservate della Valtellina: è il caso della contrada Arèt, per descrivere la quale lasciamo la parola agli autori dell’autorevole volume sulle dimore rurali. "Arèt è una tipica contrada del versante orobico valtellinese, radicatasi nello sfruttamento dell’unica, consistente, risorsa agricola: il castagneto.

L’architettura è quella tipica della casa in pietra a locali sovrapposti con svincolo esterno tramite ballatoio. E’ abbastanza semplice ricostruire la genesi formale di questo piccolo insediamento: il nucleo centrale è costituito da un edificio a schiera dove ben visibili sono i progressivi ampliamenti. Alla parte più antica, le murature ben squadrate, una porta gemina con architrave e piedritti in pietra, si sono, in diversi tempi, aggiunte altre unità abitative sfruttando i muri portanti esistenti e proseguendo così nella originaria concezione parallela alle linee di livello del terreno (la valle è molto ripida). In questo modo è sfruttata al meglio la pendenza naturale: a valle sono tutti i focolari, a monte sono accessibili a livello del terreno le camere da una parte e i fienili dall’altra".

"Il fronte a valle - continua l’altra scheda che il volume dedicata alla Val Fabiolo - ha un’altezza media di 6 metri, il fronte a monte di 3 metri. Le case a schiera sono divise in quattro unità abitative e ripetono il medesimo modulo: piano seminterrato con focolare alto circa 3 metri, con uno spazio apposito, che giustifica la notevole altezza del locale, per l’essicazione delle castagne, due successivi piani di camere e lo spazzacà. I solai sono in legno, le dimensioni dei locali piuttosto ridotte (mediamente m. 4 x 4), la parte rurale con le stalle e i fienili è separata in una schiera, a monte poco distante, dove si ripetono le medesime proprietà. La casa rilevata è posta ad una delle estremità della schiera centrale dell’insediamento; risulta una aggiunta successiva agli edifici più antichi: sull’architrave reca ben visibile il millesimo, 1566".

mutaArèt contava 33 abitanti agli inizi della seconda guerra mondiale. È sempre più raro che qualcuna di quelle case si apra, anche solo per pochi giorni d’estate. Per arrivarci bisogna percorrere i ripidi sentieri che costeggiano le fiancate dei prati. Fatica che sempre meno gente è disposta a caricarsi. Ne ha tratto vantaggio la fauna selvatica, in particolare gli ungulati. Nella zona, che fa parte del Parco delle Orobie Valtellinesi, c’è la popolazione di camosci più consistente della Lombardia; abbondano pure cervi e caprioli ai quali, di recente, si è aggiunto lo stambecco. Non mancano il gallo cedrone e il gallo forcello ad arricchire un ambiente naturale fatto di castagneti nella prima fascia e più su di abete rosso, larice, abete bianco e mirtillo. Più in alto ancora, ecco il rododendro e il ginepro, e altre interessanti specie botaniche tra le quali spiccano due rare: la viola comollia e la sanguisorba valtellinese. La contrada è rimasta lì dimenticata e abbandonata. Quando non ci saliranno più gli ultimi dei Tocalli, dei Menghi, dei Comperti e dei Bianchini (le famiglie originarie) il bosco si impadronirà di quelle pietre.

Angelo Sala

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