ponteEscursione a Piedi da Sirta a Somvalle risalendo l'intera Val Fabiòlo.

 

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Sirta-Bures-Sponda-Somvalle
2 h e 30 min.
790
E

 
La partenza è nel cuore della Sirta, dove possiamo lasciare l’automobile: poco sopra la chiesa di San Giuseppe (m. 289), infatti, presso le case alte nella parte destra (occidentale) del paese, troviamo l’indicazione della “Via alla Sostila”, ed un vecchio cartello giallo della Comunità Montana Valtellina di Morbegno, che dà la località Bures ad un’ora ed il Culmine di Campo a 2 ore e 30 minuti. Raggiunte le ultime case, quasi a ridosso del versante montuoso, prendiamo a destra, su sentiero che poi diventa mulattiera (segnavia Cappelletta Buresrosso-bianco-rossi con numero 17), salendo all’ombra del bosco di castagni. Passiamo a destra di una “casina”, baita usata per l’essiccazione delle castagne, davanti alla quale si trova, sul ciglio della mulattiera, la prima delle cinque cappellette (“gisöi”) che ritmano la salita a Somvalle, in corrispondenza di altrettante “pòse”, luoghi di sosta per chi saliva in valle con pesanti carichi sulle spalle ed ai piedi non comode scarpette da trekking, ma zoccole (“sciapèi”) di legno.
Fra le figure rappresentate, si distingue ancora quella di San Rocco, la cui devozione, dopo le epidemia secentesche di peste (e soprattutto quella disastrosa del 1630-31, che ridusse la popolazione valtellinese a poco più della metà o, secondo alcuni, a poco più di un quarto), acquisì enorme popolarità (il giovane santo francese, originario di Montpellier, si spese, infatti, nel Trecento, a favore degli appestati, operando anche guarigioni miracolose, compresa la sua, dopo il contagio al quale andò incontro). Lo riconosciamo dalla coscia scoperta, che mostra una piaga della peste. Dopo un primo tratto verso sud-ovest, la mulattiera piega a sinistra, procedendo verso est. Il fondo è largo e buono, ed alterna tratti lastricati a tratti scavati nella roccia o con fondo in terra battuta.
Raggiungiamo uno dei tratti più suggestivi del percorso: poco prima di addentrarsi nella valle, la mulattiera, protetta da un muretto sulla sinistra, regala, complice il diradarsi del bosco, un ottimo colpo d’occhio sulla piana della Selvetta, sull’abitato della Sirta, raccolto intorno all’inconfondibile cupolone, e sul severo salto roccioso che lo domina ad est, la Caurga. Si tratta del punto panoramico denominato   “bàach”, meta prediletta dei giovani di un tempo, che da qui amavano lanciare a valle “gìcui”, altre Ponte deli curnascigrida prolungate e modulate, che richiamano vagamente gli jodler del Tirolo (la pratica ludica dei “gìcui” era, peraltro, diffusa in tutte le zone della Val Fabiòlo e della Val Tartano, specialmente sugli alpeggi e sui prati scoscesi dove le donne tagliavano il fieno selvatico: era un modo per vincere la solitudine, per cacciare la malinconia, per farsi sentire dagli altri). Segue un tratto in breve discesa, nel quale la mulattiera volge gradualmente a destra. Si chiudono, alle nostre spalle, gli scenari della valle dell’Adda e si aprono quelli ben più cupi della Val Fabiòlo, la valle delle ombre, delle magie, delle inquietudini, degli spiriti. Anche la Guida alla Valtellina del CAI, nell’edizione del 1884, sottolinea quest'aspetto della valle: “(Da Sirta) si diparte una strada, che, frammezzo a cupa e fantastica gola, svolgentesi a spirale, conduce a Campo in Val di Tartano”.
All’inizio ne ricaviamo una sensazione quasi claustrofobica: alla nostra sinistra scorre il Fabiòlo, prima di sfogare le sue ultime rabbie gettandosi nella forra terminale della valle; sull’uno e sull’altro lato della valle versanti incombenti, che cadono a picco, e sembrano dire che questo non è posto per uomini.
Ma la mulattiera prosegue con la sua pacata flemma, iniziando a salire, con tratto scalinato, in direzione della seconda “pòsa”, quella del “gisöl d’inèm la val”, cioè della cappelletta all’inizio della valle. Il sentiero passa 
a destra di un grande masso,Bures caduto qui da chissà dove con un santino che è quasi pudicamente abbarbicato alla sua parete e che parla dell’antichissimo timore delle genti di montagna nei confronti delle scariche che dai pendii, improvvise e violente, potevano seminare morte fra animali e uomini.
Eccoci, così, nella località inèm la val (nel fondo della valle). Qui troviamo il ponticello che porta al sentiero per Lavisòlo, il quale, correndo sullo scosceso versante opposto, si riaffaccia sul versante valtellinese e porta alla bella piana dove sorge l’antico nucleo, a monte della Sirta. La stessa dalla quale un tempo passò la processione dei morti. Mi riferisco ad un’antica leggenda, che racconta di quel tale cui capitò di incontrare, salendo a notte fatta in Val Fabiòlo, una processione di silenziose inquietanti figure incappucciate, con una candela in mano. Ricevuta una candela, le seguì fino a Campo, dove scomparvero; si accorse solo allora, alle prime luci del giorno, che non una candela teneva fra le mani, ma una tibia. Testimone e baluardo della sicurezza della fede la già citata cappelletta, dedicata a Maria Santissima Ausiliatrice, rappresentata incoronata, con uno scettro nella mano destra ed il Bambin Gesù nel braccio sinistro. È la cosiddetta “Sosta del Sasso”, o, con nome dialettale, la “Posa del Sas”, con riferimento al grande masso di cui abbiamo detto.
SostilaCalchiamo ancora gli antichi ciottoli e, superata una ripida salita, raggiungiamo una brevissima sequenza di tornantini dx-sx. la valle comincia ad aprirsi un po’, più avanti vediamo una baita sui prati della località Bures (o Bòres). 
Ancora un tratto in leggera salita, ed eccociin presenza del “pùnt de li curnàsci”, ponte di recente realizzazione (dopo l'alluvione 2008 come altri nella valle) che permette di passare sul lato opposto della valle (il suo nome si riferisce ai picchi rocciosi, “corne”, che incombono sopra il nostro capo). Continuiamo per un discreto tratto sulla sponda opposta quindi, intervallando il passo ai saltelli necessari per attraversare alcuni rigagnoli che, impavidi, sfidano i tentativi umani che nei secoli hanno preteso di incanalarli al di sotto della sede del sentiero. Siamo ormai in vista dei prati della località Bùres. La valle si è aperta e, sul lato opposto, vediamo i prati e le baite della frazione un tempo sosta obbligata per la transumanza. Servendoci del ponte e senza percorrere il vecchi sentiero in disuso, approdiamo ad un prato e, dopo breve risalita e deviazione a destra, eccoci alla cappelletta dei Bùres, la terza sosta (m. 650, ad un’ora circa dalla Sirta), nella quale è rappresentata una Madonna con Bambino, dal volto sereno e dal sorriso appena accennato.
Da qui possiamo facilmente salire allo splendido villaggio di Sostìla, sospeso, a mezza costa, sul ripido versante occidentale della valle, di prati e selve: dalla cappelletta un sentierino sale a tagliare un prati, poi diventa più marcato ed inanella una serie di tornanti, in una selva di castagni, fino a raggiungere le case del paese. Ma non è tempo di consolanti fughe nel silenzio dello splendido villaggio contadino (per il quale rimandiamo alla lettura del bel volumetto "Sostila e la val Fabiòlo", di Natale Perego, edito da Bellavite (Missaglia) nel 2002). 
Torniamo, allora, sulla via principale oltrepassando i prati di Bures. sentiero  Procediamo stando sulla destra del fiume e ritroviamo dopo poco, sulla destra, la partenza di un altro sentiero per Sostìla (si tratta del sentiero che si congiunge con quello sopra menzionato in corrispondenza del lavatoio posto poco prima dell’ingresso al paese). Il sentiero prosegue dritto e di avvicina al fianco della montagna fino ad affrontare la doppia svolta, a sinistra, prima, poi a destra, alla stretta che segna una sorta di cesura a forma di “S” fra la media e l’alta valle. Di nuovo, sull’uno e sull’altro lato, scure e ripugnanti pareti guardano quasi ostili il viandante.  boresL’atmosfera cupa è ingentilita da qualche pino e da un bello scorcio che si apre alle nostre spalle: vediamo, sulla sinistra, i prati ed il nucleo di Sostìla, abbarbicato, con le frazioni dell’Arèt, più a destra, e dell’Era, poco sopra l’Arèt, al versante della valle. Passiamo a ridosso di un salto roccioso, prima di incontrare un tratto ben ombreggiato della mulattiera, che accenna ad una curva a sinistra, poi a destra. Ci siamo alzati rispetto al torrente, e la sua voce ci raggiunge molto attenuata. Ci affacciamo alla parte alta della valle, e siamo al bellissimo ponte a schiena d’asino, con muretti in sasso, detto puut de la palanga.  La valle torna ad aprirsi, vediamo le briglie in cemento costruite nell’alveo del Fabiolo dopo l’alluvione del luglio 1987 (quella terribile ed epocale, che pure non fu, qui, tanto rovinosa da danneggiare la mulattiera): hanno fatto quel che han potuto, fermando parte dell’onda alluvionale. Passiamo sul ponte alla parte sinistra (sempre per noi) della valle. Pieghiamo leggermente a sinistra, proseguendo nella cornice ingentilita dalla presenza di saggi pini; alla nostra destra, l’impressionante colata di massi che si è insediata nel centro della valle, conferendole un sentieroaspetto desolato. Nella salita, graduale e senza strappi, vediamo un grande masso a ridosso della mulattiera, alla sua destra, nel punto in cui questa piega un po’ a destra; una ventina di metri prima si intuisce la partenza di un sentiero che sale a tagliare un corpo franoso e raggiunge la frazione della Motta (Mùta) e la superiore località di Pra’ Pamusìi, dove si trova la mitica Casa Rotonda (Ca’ Redùnda), costruita come torretta cilindrica da Giuseppe Tocalli, stanco di vedere tutti gli edifici squadrati.
Da qui non vediamo nulla di tutto ciò, ma possiamo lasciar correre l’immaginazione. Immaginiamo, innanzitutto, la vita di quegli scolaretti che scendevano dalla Motta, anche nei mesi più rigidi dell’inverno (e c’è davvero da credere che qui l’inverno non scherza!) per salire alla scuola elementare che funzionò, fino al 1958, come pluriclasse, nella canonica di Sostila, dove viveva per tutto l’anno la maestra (diciamo che con passo buono ci vuole almeno un’ora, e poi c’è da tornare a casa; difficile credere che a questi piccoli eroi venissero assegnati compiti…). Immaginiamo, poi, il basalèsk (o basalìsk), il basilisco, drago con le ali di pipistrello, la testa di gallo e gli occhi infuocati, che infestava il versante della Motta. Non era molto grande, ma incuteva terrore: poteva stordire e perfino uccidere con lo sguardo o con il fischio. Viveva in qualche anfratto nascosto e minacciava in particolare i viandanti che, sfruttando una comoda bocchetta sopra Pramusìi (il prato della Casa Rotonda), la raggiungevano salendo da Alfaedo (sul versante orobico che si affaccia alla media Valtellina) per poi scendere in Val Fabiolo.
ponteImmaginiamo, infine, un evento che lasciò un segno indelebile nella memoria collettiva degli abitanti di Campo Tartano. Il Cardinal Andrea Ferrari, che fu vescovo di Como  fra il 1892 ed il 1894, prima di diventare arcivescovo di Milano, venne in visita pastorale in Valtellina e volle visitare Campo. Veniva da Alfaedo e passò per la bocchetta sopra Pramusìi (passo della Mùta). Per risparmiare tempo, non scese al fondovalle, ma rimase a mezza costa, sfruttando il sentiero della Rusanìda, uno dei più aspri ed infidi delle Orobie Valtellinesi. Era un uomo di grande tempra, oltre che di grande santità, non aveva paura di fatica e dirupi. Quando giunse al punto più critico, dove il sentiero è intagliato nella viva roccia e corre su un impressionante strapiombo, gli uomini che gli facevano da guida si offrirono di sorreggerlo e di dargli la mano per sicurezza. Egli, però, non volle farsi aiutare, e rivelò di essere stato, da ragazzo, umile capraio: ne aveva visti di passaggi sospesi sul vuoto, ormai non lo impressionavano più. Giunse, quindi, a Campo, il 6 agosto 1893, e si fermò fino al giorno successivo, consacrando la chiesa e l'altar maggiore. In paese non si parlava d'altro: tutta la gente esprimeva la sua ammirazione per quel cardinale così santo, così coraggioso e così alla mano. Dicevano: "Pensée mò che l'è pasà da Rusanìda!" (“Pensate un po’, è passato da Rusanìda!”). Da allora, quando qualcuno si lamentava di dover badare alle capre, veniva quasi sempre apostrofato con frasi di questo tenore: "Vàrda che dàa 'l cardinal Feràri l'ha fàc ul cauréer", cioè "Guarda che anche il cardinal Ferrari ha fatto il capraio!". Si diceva anche: "Crèet mìa da sbasàt a percürò 'l càure, che dàaa 'l cardinàl Feràri, quànt l'èra 'n tùus, l'andàva cul càure", cioè: "Non credere di fare un lavoro umile curando le capre, perché anche il cardinal Ferrari, quando era ragazzo, andava con le capre" (cfr. il Vocabolario dei dialetti della Val Tartano di Giovanni Bianchini)…

sostila

Cosa c'entra tutto questo con il basilisco? C'entra, eccome, perché dopo il passaggio del Cardinale, il basilisco scomparve. Nessuno lo vide più, nessuno più né sentì il fischio, né alla Rusanìda, né al passo della Mùta. Non se ne sentì più parlare. Il sentiero rimase con tutti i suoi pericoli, ma almeno fu liberato da quell'essere malefico.
La magia di questi ricordi, sospesi fra storia e leggenda, viene però bruscamente interrotta dallo slargo che ci si apre davanti appena usciti dalla vegetazione; poco prima, sulla sinistra, un sentierino si stacca dalla mulattiera e sale anch’esso alla Motta. Sono i prati più bassi della frazione sponda. Il sentiero si arrampica sul nuovo argine puntando e passando vicino ad una baita (riporta il numero civico 77): di fronte alla baita da sinistra la mulattiera continua, procedendo verso destra (segnavia rosso-bianco-rosso), salendo in una selva, con un tornante a sinistra ed uno a destra. Raggiungiamo ben preso un bivio: la mulattiera scende verso destra ad una briglia in cemento; noi seguiamo il sentierino di sinistra, che, con breve salita, ci porta ai prati della Sponda (Spùnda, m. 909), gruppo di baite e stalle che deve il suo nome all’arrotondato versante che lo sovrasta ad est.

rusanida

Anche questo è un luogo magico ed inquietante: si dice che anticamente una frana abbia proprio qui seppellito un’allegra compagnia di buontemponi, che si era attardata in canti e danze. Pare che i buontemponi, anche nell’aldilà, non abbiano rinunciato a danzare, nelle notti d’estate, tenendo in mano piccoli lumini che ne segnalano la presenza ai contadini fin dalla sella di Campo. Alla Sponda troviamo la quarta e penultima “pòsa”, con il “gisöl” nel quale è raffigurata una Madonna con Bambino. Le sue fattezze, a differenza delle precedenti, ed anche quelle del bambino, rimandano, però, con sorprendente realismo, ai tratti della gente contadina, come se i contadini della Sponda, o della vicina Campo Tartano, avessero effettivamente posato per il pittore che operò nel 1862 (l’iscrizione recita: Mafezzini Giovanni f.f. – fece fare – 1862). Ai suoi lati, S. Agostino, con il pastorale di vescovo, e S. Giuseppe, con sponda gisolil bastone fiorito. Sulle pareti laterali, infine, S. Pietro, con le immancabili chiavi del Paradiso, e S. Giovanni Battista: tutti con tratti del volto non stereotipati.
La cappelletta confina con la mulattiera, che sale da destra, e che seguiamo ancora. La meta è ormai ben visibile, in alto: si tratta della sella erbosa alla sommità della Valle, che introduce alla Val Tartano. Guardando alle nostre spalle, invece, vediamo bene, sulla destra, Pra Pamusìi, la Mùta ed il selvaggio versante tagliato dal sentiero della Rusanìda.  Lasciamo alla nostra sinistra le baite della Sponda e riprendiamo a salire: qui la mulattiera procede, quasi diritta, fra due muretti a secco. Il fondo è però molto sporco, ed avere le gambe coperte non guasta affatto. Poi terminano i muretti ed il tratto sporco: ritroviamo il comodo selciato e procediamo a monte dei prati della Sponda. Appena prima di lasciare i prati, sulla sinistra, lo zapèl (apertura) nel muretto che delimita la parte alta dei prati a monte della Sponda; alla sua destra (est) ci raggiunge, in leggera salita, il sentiero della Rusanìda, per la verità poco visibile, perché abbastanza sporco (corre per un buon tratto immediatamente a destra del muretto a secco che delimita ad est i prati).
Percorriamo, dunque, il sentiero che costeggia il fiume; il fondo è qui davvero buono, riposante: inanelliamo una serie regolare di tornanti dx-sx-dx-sx, prima di raggiungere il fondo della costa finale: la Riva. spondaCi aspetta ora l'ultimo punto faticoso: guadiamo il torrente e manteniamoci sul sentiero senza seguire la nuova pista di manutenzione. Intercettiamo la mulattiera, che ora procede, verso destra, fino al suo termine (ad un bivio prendiamo a destra).  Qui, dopo circa due ore e mezza di cammino (il dislivello è di circa 790 metri), troviamo l’ultima cappelletta, il “Gisöl dul zapèl de val”, cioè la cappelletta dell'intaglio (sella) che introduce alla valle, con una somvallequarta raffigurazione di Madonna con Bambino, fra San Rocco e San Giuseppe. È qui che la valle finisce, quasi si spegne, dolcemente, naturalmente, mentre si apre il ben più ampio ed aperto scenario della Val di Tartano e, alle spalle, il gruppo del Masino fa bella mostra di sé (mostrando, da sinistra, i pizzi Badile e Cengalo, i pizzi del Ferro, la cima di Zocca, le cime di Arcanzo, degli Alli e di Vicima, il monte Pioda, i Corni Bruciati).
Alla nostra sinistra, Somvalle (m. 1062), la frazione di Forcola dei “lütèer”, o “pòok timùur de Dìu”, luterani o poco timorati di Dio, come vennero chiamati i suoi abitanti dalla seconda metà del Cinquecento per la presenza di alcuni contadini che avevano lasciato la fede cattolica per abbracciare quella riformata; alla nostra destra Ca’, anch’essa frazione di Forcola, abitata dai “pietàa” o “lütèer”, cioè dai pietosi o luterani (evidentemente qui due immagini contrastanti si sono contese il campo). Poco sotto, Campo Tartano. Davanti, il profondo solco centrale della Val Tartano, scavato dal torrente Tartano. Fino all’ultima glaciazione esso scorreva proprio in Val Fabiolo,
raggiungendo il piano alla forra della Sirta. Poi aveva lasciato il campo al più mite torrente Fabiolo. Ma come non si può mai presumere di conoscere fino in fondo il carattere di un uomo, la stessa cosa si deve dire del carattere di un torrente.

Adattamento da www.paesidivaltellina.it

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.