San gregorio di notte

È stato trovato nell’archivio di stato di Como (A.S.Co.) tra le carte del notaro e cancelliere della Curia Gasparino Riva.

1493, 5 novembre,

convocato il rev. prete Costantino de Brambilla rettore della chiesa di san Gregorio del comune di Sustila del terziere inferiore di Valle Tellina, teste sul ferimento in chiesa il 22 luglio scorso di notte di Giov. Antonio di Giera f.q. Pedroto (seu alias: Antonio Pedroto di Mugiascha abitante a Gera di Valle Tellina), ad opera di Nicola di Francesco Figirolo di Teglio della stessa valle, dal Vicario generale del Vescovo di Como, Giov. Andrea de Mugiasca, il detto prete testimonia e attesta che non c’è stata cospicua effusione di sangue, ma solo di poche gocce, e non in chiesa, ma sulla porta di un solaio posto sopra la chiesa, e non si è trattato di una rissa violenta e non per suggestione diabolica, e che la spada non era stata sfoderata;

convocato come teste Thogniolo f.q. Vanino Petrobono del Faydo, decano del comune di Forcola,

testimonia similmente che l’incidente si è svolto nella casa sopra la chiesa di san Gregorio della Forcola, senza effusione di sangue oltre a dieci gocce, e come per gioco, con una spada non sguainata;

pertanto il Vicario generale, visti gli atti, sentenza che la chiesa di san Gregorio del Faido, sulla strada di valle, che risulta parrocchiale e curata, non è polluta e non abbisogna di riconciliazione.

Sgombriamo subito il campo dagli errori di toponomastica in cui è incorso il notaio, per aver confuso i luoghi, errori giustificabili in quanto forestiero, e cioè:

  • chiesa di san Gregorio del comune di Sostila, che poi diventa

  • la chiesa di san Gregorio del Faido;

ed entriamo nel merito della vicenda, abbastanza chiara ma che forse necessita di qualche interpretazione.

Sappiamo del ruolo strategico della stretta di san Gregorio, importante punto di passaggio dalla bassa alla media Valle, luogo di transito - con il porto e il traghetto - e di sosta, con la sua osteria.

Probabilmente i protagonisti della vicenda, giunti sul tardi a san Gregorio, quivi sostarono per passare la notte, in attesa di traghettare al di là dell’Adda sul far del giorno.

San gregorio e sirtaLa tappa nel luogo di ristoro, considerate anche le condizioni economiche dei due che qui si desumono anche dal solo possesso di una spada (chi la poteva possedere, se non un benestante?), avrà permesso loro una cena sostanziosa e, si potrebbe avanzare il sospetto, anche una lunga e abbondante libagione.

Avranno chiesto e trovato ospitalità presso il parroco, anche in virtù del titolo del ferito che faceva Mugiasca come il Vicario episcopale (I Mugiasca daranno in seguito anche un Vescovo alla Diocesi di Como). Il parroco, o chi per esso (forse il cumfrater o custolusdella chiesa, visto che il rettore di san Gregorio preferiva dimorare al Prato o ad Alfaedo) avrà messo a loro disposizione un soppalco o solaio o ripostiglio “posto sopra la chiesa”. Cosa avvenne poi lo possiamo solo attribuire - come si dice oggi nelle sentenze - a futili motivi, vista la consistenza dello spargimento di sangue, e, come abbiamo supposto, in concorso con lo stato di ebbrezza post cenam.

San gragorioSe lo storico cedesse il posto al romanziere, ci sarebbe materia per introdurre, nella ragione del contendere, qualcosa di sceneggiabile televisamente, come una questione da “cherchez la femme!”, oppure un non rispettato diritto di precedenza di manzoniana memoria, oppure ancora, in subordine, un’insolenza gratuita. Fatto sta che un fatto di sangue (effusio sanguinis), avvenuto in una chiesa, era considerato grave e sacrilego e necessitava di riparazione, con la riconciliazione del luogo: un rito impegnativo e oneroso, soprattutto per quei tempi. Comportava infatti la presenza di più sacerdoti che davano vita ad un rito penitenziale complesso, girando prima all’esterno e poi all’interno della chiesa, con un’insistita benedizione del luogo contaminato, la recita di salmi e il canto delle litanie. Avrebbe fors’anche richiesto la presenza di un curiale e, quasi sicuramente, di un cancelliere per la redazione dell’atto notarile, tutte spese a carico della “Comunità de li Homini del la Furchula”. Come l’episodio venne a conoscenza in alto loco lo possiamo solo supporre. Non furono quasi certamente il parroco o il “sindaco”, che qui tendono a minimizzare l’accaduto e che non avevano interesse ad affrontare le spese di una riconsacrazione (ma sarà toccato a loro pagare l’atto notarile). Forse, come già si è accennato, un’eventuale parentela con il monsignore di Curia? Una vendetta del preposito di Ardenno, che ancora mal sopportava l’avvenuta separazione della chiesa di san Gregorio dalla Plebana con la perdita di prebende? Il campo delle ipotesi è vasto e, come si suol dire, lascia il tempo che trova, per cui anche lo storico d’accatto (io) lascia il campo aperto. Fatto sta che la vicenda si ricompose nei termini espressi dalle testimonianze e che la chiesa “polluta”, non necessitò di alcuna cerimonia di “riconciliazione”. L.L.

 

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